Social impact bonds, quando la PA emette titoli obbligazionari

obbligazioni prodotto Leave a Comment

L’essenza della finanza, si sa, è (o dovrebbe essere) far incontrare chi ha necessità di soldi (la domanda), ma non ne ha, con chi ne ha in eccesso (il risparmio). Questa funzione allocativa è l’olio che fa girare il motore dell’economia e che teoricamente dovrebbe funzionare in modo tale da minimizzare i rischi legati all’attività di finanziamento per ogni livello di rendimento atteso.

Accade anche che la pubblica amministrazione si trovi nella situazione di dover ricorrere al risparmio privato per poter finanziare degli interventi di interesse pubblico. L’azione della PA può portare a un rendimento positivo per l’investitore? Dipende. Dipende dal successo o meno dell’investimento. Questo è il social impact bond (SIB): uno strumento finanziario che non garantisce un rendimento certo nel tempo ma lega la remunerazione del capitale all’impatto sociale che l’intervento produce e al conseguente risparmio che la PA ottiene. La restituzione del capitale è generalmente garantita.

Storia del social bond

Per meglio comprendere, vediamo come funzionava il primo social impact bond – originato nel Regno Unito – emesso nel 2010 allo scopo di ridurre la recidiva dei detenuti: 3.000 di essi hanno ricevuto assistenza mirata sia in prigione che in comunità di recupero; se la recidiva non fosse diminuita di almeno il 7,5%, l’investitore non avrebbe ricevuto remunerazione.

Infatti, il costo della recidiva ricade sul settore pubblico, quindi ogni recidivo in meno è un potenziale risparmio per lo Stato, risparmio che va a premiare l’investitore. Qui entra in gioco anche il coinvolgimento del cosiddetto “terzo settore”: la PA si avvale per l’individuazione e l’implementazione degli interventi di società no-profit che operano nel settore interessato. Gli attori del social impact bond sono quindi tre: la PA, gli investitori privati e le organizzazioni private senza scopo di lucro. Le ONG svolgono, in questo caso, un ruolo fondamentale, poiché la filosofia dell’intervento – nonché le chance di riuscita – è quella di intervenire preventivamente nelle situazioni a rischio, il che presuppone una conoscenza e individuazione di tali situazioni che spesso è patrimonio delle associazioni più che delle istituzioni. Al momento le esperienze più significative si registrano nel Regno Unito, negli Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda nei settori della salute, recidiva dei carcerati, assistenza ai senza tetto, cura di situazioni familiari problematiche.

I social bond in Italia

In Italia il modello che si è affermato, in realtà, è quello del social bond (SB), ovvero un’obbligazione standard che però incorpora una parte di liberalità (dono) e/o un plafond da erogare a entità (imprese o cooperative) che operano in settori a forte impatto sociale ma che possiedono una struttura societaria solida. Tra le banche più attive troviamo UBI, che da 2012 ad oggi ha emesso una serie di obbligazioni (88) che finanziano fondazioni, onlus, pubbliche amministrazioni ed elargito 4,6 milioni di euro come dono e 20,5 di plafond. Le somme messe a dono da parte della banca sono generalmente la rinuncia alle commissioni di collocamento. Banca Prossima (Gruppo Intesa), invece, ha collocato un bond dove si chiedeva ai sottoscrittori un sacrificio in termini di rendimento rispetto a un pari titolo di Intesa, al fine di garantire un tasso agevolato alle entità che avrebbero ricevuto il finanziamento.

Sulla carta entrambi i modelli di azione sembrano molto attraenti, anche a fronte della crescente offerta di fondi che desiderano essere impiegati in progetti a impatto sociale. Nella realtà, però, sorgono anche delle complicazioni di tipo tecnico. Per quanto riguarda il caso italiano, i social impact bond stentano ad affermarsi date le carenze strutturali dell’amministrazione pubblica nel farsi promotrice e gestore di un progetto di finanziamento di tali caratteristiche. Una criticità che accomuna sia i SIB che i SB, invece, riguarda la certificazione dell’impatto del finanziamento: sempre più investitori richiedono certificazioni e misurazioni (ex ante ed ex post) dell’impatto atteso dell’intervento. Compito non facile data la variegata natura delle azioni finanziabili. La difficoltà nel trovare dei metodi di valutazione affidabili agisce da collo di bottiglia tra la relativamente abbondante liquidità offerta di fondi e la capacità degli operatori del terzo settore di assorbire questa liquidità.

Per concludere, i social bond rappresentano una recente innovazione finanziaria con cui si può mobilitare in maniera socialmente responsabile e mirata quella parte di capitale che è “desideroso” per motivi filantropici (o anche solo per darsi un’aria di responsabilità sociale, ma qui non entriamo in questioni di merito) di investire in progetti dal ritorno sociale elevato, che altrimenti faticherebbero a trovare fondi. Restano difficoltà tecniche, forse in Italia il social impact bond non si affermerà presto, ma il settore privato sta occupando rapidamente questo spazio, come dimostra l’esperienza di UBI e le strategie di Unicredit, Intesa e BNP Paribas. Ora sta al terzo settore attrezzarsi per diventare protagonista affidabile.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *