Trump economia

Fear the bear

obbligazioni FED, news, Stati Uniti, TIPS, Trump Leave a Comment

Il rendimento del decennale del Tesoro americano ha superato la soglia del 2,7% lo scorso martedì 30 gennaio. Più che il numero in sé, è interessante rilevare il trend crescente dello yield negli ultimi mesi a partire da settembre 2017. Un livello così alto non si vedeva dal 2014 ed è indubbio che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti abbia contribuito a questo processo.

Rendimento del decennale T-Note US

Tutt’altra storia è capire se il trend continuerà, magari approcciando quota 3%, oppure si stabilizzi sul livello attuale. Intanto gli investitori italiani hanno reagito velocemente al nuovo scenario.

Per il debito pubblico degli Stati Uniti la curva dei rendimenti si mantiene molto ripida rispetto ad inizio dicembre 2017, mentre lo spostamento verso l’alto avviene per i titoli a scadenza medio-lunga, dove i rendimenti sono aumentati mediamente dai 30 a 40 punti base. Va comunque tenuto a mente che in questo caso le quotazioni incorporano anche il rischio del cambio euro-dollaro; dollaro che si è nettamente svalutato negli ultimi due mesi, passando da 1,18 a 1,24 dollari per euro.

Dalla forma della curva si potrebbe inferire che il mercato prevede ancora spazio di espansione per l’economia statunitense, mentre il veloce appiattimento sotto il livello del 3% sembra implicare previsione di crescita stabile ma non elevatissima.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai bond indicizzati all’inflazione (noti come TIPS negli Stati Uniti) il cui rendimento rappresenta il ritorno reale, quindi compensato per l’inflazione.

Stante la dimensione ridotta di questo mercato, si nota bene come, per la gran parte dei titoli, l’aumento dello yield sia più contenuto rispetto al caso precedente. Resta il dato che il rendimento del lungo periodo sia di poco sotto il 3%.

Sembra quindi di capire che gli investitori siano più preoccupati della perdita di valore dei titoli nominali – in vista dei prossimi aumenti di tassi, come probabilmente già accadrà in marzo – che dell’arrivo di un’inflazione più elevata.

Infatti il breakeven inflation rate a 5 anni – il tasso di inflazione che in mercato si aspetta da qui a cinque anni –  sembra prevedere un’inflazione ben ancorata al 2%. E se prendiamo uno sguardo di lungo periodo vediamo che questa condizione persiste dal 2010, a fronte di un tasso pari a zero della Fed (fino al 2016). La politica monetaria restrittiva della banca, infatti, sembra aver inciso solo marginalmente sul tasso breakeven.

A sua volta, il rendimento del decennale negli ultimi anni ha fornito un premio sull’inflazione attesa molto inferiore rispetto al periodo prima del crollo della Lehman Brothers. Se questa relazione dovesse continuare a tenere, è probabile che il decennale non renda più dei 70-80 punti base che già rende oggi, a meno che la Fed non voglia forzare la stretta sui tassi  spingendo “artificialmente” in alto il rendimento decennale. Forse l’orso non è ancora così vicino.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *