Uno sguardo agli indici obbligazionari

obbligazioni BCE, FED, QE 0 Comments

Facciamo una panoramica di alcuni degli indici obbligazionari internazionali per farci un quadro dei movimenti del mercato del debito nel medio periodo. Prendiamo in considerazione quelli prodotti da Barclays. I primi due sono il Barclays Capital U.S. Government Inflation-Linked Bond Index (BCIT1T:IND) e il Barclays Euro Govt Inflation-Linked Bond All Maturities Total Return I (BEIG1T:IND).

L’indice US misura la performance dei TIPS, Treasury Inflation Protected Securities,  i titoli di Stato statunitensi indicizzati all’inflazione. L’indice Euro fa lo stesso con i bond della zona euro. L’indice di inflazione considerato è quello armonizzato HICP per l’unione monetaria; il rating minimo è A3/A-: l’indice quindi include obbligazioni di Francia, Germania, Olanda e altri, ma non di Italia e Spagna per via del rating al di sotto della soglia minima.

Da questi indici possiamo trarre un’idea di come il mercato ha reagito alle attese d’inflazione negli Stati Uniti e nell’eurozona. L’andamento delle serie è piuttosto correlato (positivamente), come ci si aspetterebbe da economie con un elevato grado di integrazione.

Inizialmente si osserva subito una discesa di entrambi gli indici, in particolare una picchiata di quello statunitense, che riflette il cosiddetto taper tantrum, ossia la possibilità, ventilata dall’allora governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, di una riduzione dello stimolo monetario. I mercati entrarono in fibrillazione provocando vendite dei titoli dei mercati emergenti e alta volatilità sui maggiori listini delle economie avanzate.

Ad inizio 2015 notiamo invece un balzo dell’indice Euro, infatti all’orizzonte s’intravedeva la svolta reflattiva (si fa per dire) in eurozona: finalmente i dati mostravano un cambio di segno, da negativo a positivo, del tasso di crescita dei prezzi. Quindi corsa a comprare titoli inflation-linked. Rally di breve respiro: l’inflazione realizzata rimarrà intorno allo 0% fino ad ottobre 2016, quando finalmente rompe il tetto dello 0,5%.

L’elezione di Trump alla Casa Bianca determina invece una picchiata dell’indice US – probabilmente per il travaso di allocazioni da obbligazioni ad azioni e il contestuale balzo della curva dei rendimenti del Treasury americano, sull’aspettativa di politiche inflazionistiche della nuova Amministrazione. In eurolandia l’andamento è inverso: l’indice sale per via del picco inflattivo a cavallo del 2016/2017, quando il tasso d’inflazione tocca il fatidico 2% (target della BCE), ma lo fa per poco: da maggio ad oggi l’aumento dei prezzi ha veleggiato intorno all’1,5%.

Resta il fatto che l’indice US è poco al disopra del livello del 2013, mentre quello Euro è praticamente in linea con quello di 5 anni fa. Il che racchiude in maniera molto sintetica che l’inflazione, sulle due sponde dell’Atlantico, resta il pezzo mancante dell’attuale ripresa economica, e finalmente anche il mainstream sembra accorgersi del perché.

Qui sono invece riportati gli indici Barclays Global High Yield Total Return in dollari americani (LG30TRUH) e in euro (LG30TREH), che rappresentano la performance dei dei titoli di debito non-investment grade di Stati Uniti, Europa e mercati emergenti. Qui vediamo potentemente all’opera il quantitative easing delle maggiori banche centrali mondiali: gli indici sono in crescita pressoché costante negli ultimi 5 anni. Stiamo parlando di bond a rischio mediamente elevato. Gli investitori sono stati spinti al ribilanciamento (o sbilanciamento?) dei portafogli in cerca di garantire rendimenti in epoca di tassi zero. In questa fascia di rating si trovano anche prodotti interessanti sotto il profilo rischio-rendimento (ne abbiamo visti qui e qui).

Morale: le obbligazioni legate all’inflazione hanno fornito poco o nullo rendimento totale (cedole e capital gain) negli ultimi anni. Al contrario dei bond a basso rating che hanno visto il loro valore esplodere. Speriamo che questo credito a buon mercato sia stato usato in maniera produttiva dalle imprese.

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