Tassi negativi e QE

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Il Financial Times, in un recente articolo – di cui qui riportiamo il grafico – ci ricorda un fatto del mercato obbligazionario le cui possibili implicazione non sono ancora completamente apprezzate, a nostro avviso. La linea blu indica l’ammontare totale di titoli di debito che ad oggi forniscono rendimenti negativi. La stima è di circa 9 mila miliardi di dollari. Tale livello non si era mai raggiunto. Dal grafico si nota come l’impennata di rendimenti negativi sia correlata all’espansione degli acquisti obbligazionari da parte delle maggiori banche centrali. I vari programmi di quantitative easing della Fed, BCE, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone hanno sostenuto i corsi obbligazionari deprimendone i rendimenti.

Ammontare di titoli obbligazionari con rendimento negativo

Per quanto riguarda il mercato italiano, nel nostro database le obbligazioni per cui i rendimenti risultano negativi sono 707, circa il 15,8% del totale. A inizio maggio il numero era pressoché uguale: 15,5%. La percentuale di titoli che scambiano sopra la pari è 75%. Queste cifre indicano un mercato obbligazionario certamente costoso. La questione centrale è se queste valutazioni stiano correttamente prezzando il rischio. Per quanto riguarda il debito pubblico dei Paesi dell’eurozona, certamente il mercato ha fallito nella valutazione del rischio nei primi anni dell’euro. Il grafico sotto mostra infatti come lo yield dei titoli decennali dell’area euro sia stato praticamente lo stesso dal 2001 al 2008, e l’esplosione che ne seguì rivelò i limiti nella valutazione del rischio in quel periodo.

Rendimenti dei titoli decennali dei Paesi dell'eurozona

Oggi i vari spread a 10 anni sono sì positivi (vedi tabella sotto) – e da tenere a mente che quelli a 2 anni sono tutti negativi per questi Paesi – ma compressi dagli acquisti della BCE.

Fonte: MTS

Mettendo insieme i fatti se ne ricava un quadro dove:

  1. i titoli obbligazionari delle economie più sviluppate sono molto costosi per gli standard storici;
  2. la Fed ha già iniziato a normalizzare i tassi e, alla maturazione del ciclo economico americano, inizierà a ridurre gli asset in pancia;
  3. l’incertezza legata alla Brexit rende la Banca d’Inghilterra molto cauta nelle sue scelte;
  4. il Giappone non dà segni di voler cambiare verso alla politica monetaria;

Resta un’eurozona dove la crescita si sta consolidando – ma non è sincronizzata con quella USA – seppur fragile e caratterizzata da bassa inflazione. A meno di politiche fiscali espansive coordinate a livello europeo, la politica monetaria dovrà continuare a fare la parte da leone. Questo lascia poca scelta alla BCE: continuare con il QE anche oltre il 2017, forse leggermente ridimensionato per accontentare quei Paesi che premono per una normalizzazione della politica monetaria. I tassi negativi – specie sui titoli sovrani europei – resteranno ancora con noi.

 

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