E’ già svanito l’effetto Trump?

Alessio Marchetti news, Stati Uniti, Trump 0 Comments

Gli investitori nel mercato americano sembrano divisi in due ormai. L’azionariato targato USA è infatti ai massimi di sempre, eppure il rendimento del decennale è fermo a poco sopra il 2%. E’ ormai generalmente accettata l’idea che le azioni americane siano care. Infatti dall’elezione di Trump a oggi l’indice SP500 è passato da poco più di 2000 punti a oltre 2400, un apprezzamento del 20% in meno di 6 mesi. Dall’altro lato il rendimento del decennale è balzato, nello spazio di poche settimane, dall’1,8% a quasi il 2,6% di metà dicembre 2016,  spinto da aspettative di maggiore inflazione e spesa a deficit della futura amministrazione. Ma mentre le azioni continuavano a galoppare, i rendimenti del debito si sono stabilizzati intorno al 2,5% e da metà marzo di quest’anno hanno iniziato una lenta discesa che li ha portati al 2,2% circa.

Questo accade nonostante il mercato dia per scontato il rialzo dei tassi della Fed per giugno e ci siano notevoli probabilità di un’ulteriore aumento entro la fine dell’anno. Anche gli economisti di Goldman Sachs e Jp Morgan hanno rivisto le loro aspettative per l’economia statunitense abbassando le stime del rendimento del decennale, che ora è previsto attestarsi al 2,75% a fine anno (rispetto alla previsione iniziale del 3%).

Allo stesso modo i molti titoli americani quotati sul mercato italiano riflettono queste tendenze: rispetto a inizio anno, solo una manciata di obbligazioni – quelle a scadenza 2017 – hanno incrementato lo yield (sia per i titolo indicizzati all’inflazione – curva in basso – che per quelli non indicizzati). Lo spread tra le due curve, che si situa in un range dell’1,8%-2% per quasi tutte le scadenze, dovrebbe riflettere il premio all’inflazione. Il mercato quindi crede che bene o male le autorità di politica monetaria riescano a centrare l’obiettivo del tasso di inflazione al 2% nel medio-lungo periodo. Questo dato è coerente con l’inflazione core (al netto dei beni alimentari ed energetici) che ha oscillato intorno all’1,5%-1,6% negli ultimi due anni.

Riassumiamo: il mercato azionario continua bullish, ma l’obbligazionario – dopo una prima, breve fase di euforia, sembra correggere il tiro. Le annunciate misure fiscali di Trump, che hanno inizialmente spinto in alto i rendimenti, faticano a materializzarsi, provocando scetticismo negli investitori del debito; l’inflazione continua stabile e indifferente. Per ora i dati sembrano quindi dare ragione ad  Alessandro Furrer di Fidelity, che al Forum di Rimini aveva difeso un investimento a medio termine nei titoli di debito perché fattori strutturali, specialmente nelle economie avanzate, pongono un freno all’aumento dei tassi.

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